Storia della scherma

02.11.2018

La scherma, arte marziale di antichissima origine, è oggi uno sport olimpico di opposizione a contesto aperto che consiste nel combattimento leale tra due contendenti armati di spada, fioretto o sciabola. La storia L'uso di armi ricorre fin dai tempi più antichi, ma è difficile stabilire una data precisa per l'origine della scherma. Ma l'uso di armi per "sport" e per allenamento iniziò intorno al 1200 a.C. con gli Egiziani. Gli esercizi schermistici si diffusero anche in Grecia. Il grande successo di queste pratiche si deve senz'altro agli antichi Romani, i quali schieravano nelle arene i famosi gladiatori. Già in questi anni la pratica comincia a raffinarsi: colpire per la via più breve e non scoprirsi nel colpire. Dopo la caduta dell'Impero Romano, i gladiatori scompariranno, e nel Medioevo si arriverà a rudi combattimenti con armi pesanti, come spadoni a due mani, corazze e scudi. Già nel XIII secolo si parla di una scherma italiana che gode di grande prestigio anche fuori dai confini nazionali. Si hanno testimonianze di varie "societas" dedite all'addestramento dei giovani all'uso delle armi. Il primo trattato di scherma italiano risale al 1409, si chiamava "Flos duellatorum". Nel tardo Medioevo, grazie anche alla scoperta della polvere da sparo, il modo di combattere cambia radicalmente: gli spadoni vengono sostituiti da leggere spade, più maneggevoli, e le ingombranti corazze vengono via via cambiate con abbigliamenti meno pesanti. La scherma vera e propria nasce alla fine del Quattrocento. Il Cinquecento fu il secolo d'oro della scherma italiana, secolo nel quale vennero gettate le basi della scherma moderna. Ed è in questo periodo che la scherma diventa un'arte. Da questo periodo si vedrà un proliferare di scuole e di trattati. La scherma italiana è diventata ormai la più evoluta d'Europa. Il monopolio italiano nella scherma cadrà nel secolo successivo, il 1600, con la nascita della scuola francese. La scuola francese si specializza nel gioco di punta, e risulterà essere più gradita ai nobili del tempo. I francesi inoltre apportano alcune modifiche alla scherma: impongono l'idea che sia scorretto l'uso del pugnale negli incontri e proibiscono di toccare l'avversario con la mano non armata per non sbilanciarlo. Sempre nello stesso secolo la fisionomia della scherma si avvicina agli schemi attuali. Una grande innovazione viene introdotta nelle scuole: da ora in poi verranno applicati sulle punte della armi dei bottoni (i "fioretti"), in modo da evitare eventuali incidenti. Le armi acquisiranno il peso e la forma di oggi nel 1700. Nello stesso secolo appaiono anche i primi trattati sulla scherma con le norme e le regole che sono in vigore tutt'oggi. Questo periodo vede anche lo sviluppo della sciabola, che era diventata indispensabile nelle battaglie. Nell'Ottocento si sviluppano le Accademie, e si arriva a considerare la scherma come uno sport affascinante ma basato su regole astratte lontane dalla realtà del combattimento. La nuova era della scherma nasce con le prime Olimpiadi dell'era moderna. Nei primi anni del secolo due schermidori italiani si metteranno particolarmente in luce: Nedo Nadi, che nelle Olimpiadi di Anversa del 1920 conquisterà ben cinque medaglie d'oro, e Edoardo Mangiarotti, che tra gli anni '40 e gli anni '50 riuscirà a conquistare 13 medaglie, il record per uno schermidore azzurro. Nei primi anni del '900 il panorama internazionale della scherma sarà dominato dall'Europa Occidentale, con Italia, Francia, Spagna, Gran Bretagna e Olanda che monopolizzano. Solo dopo la Seconda Guerra Mondiale verranno fuori le nazioni dell'Est Europeo: su tutte l'Unione Sovietica, la Polonia, e l'Ungheria. Da qui si arriva ai giorni nostri, con la scherma ormai diffusa in tutto il mondo e con i grandi trionfi della scherma italiana e con le sue 100 medaglie Olimpiche. La scherma è lo sport italiano più medagliato alle Olimpiadi.

IL MAESTRO EZIO TRICCOLI E LA NASCITA DELLA TRADIZIONE MARCHIGIANA

Tutto iniziò in Sudafrica durante la II guerra mondiale. Il sergente maggiore Triccoli è prigioniero nel campo di concentramento di Zonderwater. Ed è proprio lì che, durante la detenzione, apprende i primi rudimenti della scherma da un sottufficiale inglese.
Ne resta rapito. Costruisce lame e maschere con tutto ciò che il deserto e l'aspra vita di prigioniero può offrire.
E sogna. Sogna di tornare a Jesi e fondare una scuola di scherma.
Nel 1947, al ritorno nella sua città natale, inizia ad insegnare scherma su invito di due studenti. Un anno dopo nasce il Gruppo schermistico jesino. Triccoli avvicina alla scherma i primi ragazzi. Non ha però il titolo professionale di maestro, che conseguirà solo nel 1962 all'Accademia di Napoli. Lievitano intanto gli atleti e gli impegni, mentre la scherma jesina comincia ad imporsi nel panorama nazionale e internazionale.
Triccoli apporta una vera rivoluzione nella scherma. Supera una visione classica della postura e dei movimenti in pedana. Triccoli introduce delle vere e proprie "eresie", nella posizione del polso, nelle cosiddette "abbreviature" dei movimenti classici studiate anatomicamente per garantire maggiore velocità ed efficacia, passando per lo zigzagare in pedana e per i colpi imprevedibili di Stefano Cerioni, colui che Triccoli designerà come suo erede al Club scherma.
Lo stile, secondo Triccoli, non può contrastare con l'efficacia atletica:
«Io non sacrificherò mai una caratteristica personale, un movimento naturale, un atteggiamento di gara imprevisto di un atleta con il pretesto che non risponde ai canoni».
Per il maestro non è stato un percorso facile. Triccoli e i suoi campioni hanno dovuto combattere contro forti pregiudizi. A cavallo tra anni '80 e '90 molti tecnici storcevano il naso davanti al modo di fare scherma di Stefano Cerioni e Giovanna Trillini. Si diceva che vincessero (e vincono) più per rabbia competitiva che per tecnica. Nulla di più falso per Maria Cristina Triccoli: «Mio padre sapeva che in quei due combattenti della pedana la tecnica era talmente acquisita, così automatizzata, da non essere più visibile».
Gli anni intanto passano. Jesi diventa sinonimo di fioretto e i suoi talenti continuano a snocciolare successi. I riflettori sulla scherma si accendono però solo ogni quattro anni per le Olimpiadi. E loro, i campioni, non sfuggono mai all'appuntamento con questo ristretto cono di luce.
Nel 1992 Jesi attribuisce a Triccoli la cittadinanza onoraria della città. È ormai anziano, ma non perde occasione per stare accanto ai suoi atleti nella palestra di via Solazzi. Fino all'ultimo giorno va in pedana a fare lezione. Ezio Triccoli muore 80 anni, pochi mesi prima delle Olimpiadi di Atlanta.
Il Palazzetto dello Sport di Jesi è oggi intitolato alla memoria di quest'uomo schivo che ha introdotto la scherma in città quasi per caso e ha lasciato in eredità la più alta concentrazione di medaglie della storia di questo sport.